La laguna si trova al centro di un sistema complesso che lega con un filo diretto il mare con l’entroterra, un sistema che proprio a causa dello stato di salute della laguna viaggia su un sottile equilibrio di tangibile sofferenza, con le proprie sorti spesso nelle mani dei generosi venti di maestrale.
Le lagune infatti, senza interventi mirati tendono per natura ad insabbiarsi e la nostra non fa di eccezione, anzi.
Se facciamo un’analisi del territorio da terra ed un giro accurato in laguna ad idrovore spente, ci potremmo rendere conto che i fondali in laguna si sono ridotti, ci sono vaste aree, anche importanti, dove un notevole insabbiamento ha creato fenomeni di acque ferme. L’ estate i nostri arenili subiscono un calo dalla qualità delle acque. Questo avviene soprattutto sul versante di Ansedonia visto che da anni l’omonimo canale viene utilizzato come scarico delle acque della laguna sospinte dall’azione delle idrovore.
Fenomeni distrofici sono sempre più frequenti durante i mesi caldi, e lo spettro della moria del 2015 si ripresenta ormai con cadenza quasi annuale. La totale mancanza di pianificazione e di un percorso condiviso di lungo termine fra comune e regione purtroppo fa il resto.
Eppure qualche dato in mano ce lo avremmo anche. La prima parte di uno studio commissionato all’università di Firenze conferma infatti come a poche centinaia di metri dai canali di fatto la circolazione dell’acqua cali drasticamente. Lo studio attraverso modelli previsionali cerca di calcolare diverse soluzioni.
È opinione diffusa che un’opera di pulizia dei canali pre esistenti e/o l’escavazione di nuovi possa portare benefici a livello di flusso delle acque che al momento soffrono di prolungate condizioni di quiete. Ovviamente un intervento di questo tipo oltre ad essere ingente e non banale porta con se la necessaria pianificazione di interventi costanti di manutenzione, l’assenza delle quale porterebbe l’intervento non solo ad essere inutile, ma anzi controproducente.
La risospensione delle biomasse ha dimostrato essere un metodo con molte potenzialità, anche se serve sicuramente un altro approccio più integrato e diffuso, ma soprattutto necessita di maggiore conoscenza e professionalità sul territorio e dotazioni di mezzi specifici nati per fare nello specifico quel tipo di lavoro.
Il contributo di ogni singola misura applicata per la salvaguardia dell’ambiente lagunare, compresa la rimozione meccanica delle alghe, potrebbe risultare strategica per migliorare le condizioni di tutto l’ecosistema.
Andrebbe facilitata la creazione di un centro di monitoraggio capace di raccogliere, processare e elaborare i dati, magari riattivando il laboratorio ormai dismesso creando occupazione qualificata e magari con il tempo creare un centro di riferimento per lo studio delle aree umide.
La profonda crisi che ha colpito il mondo degli ultimi anni tuttavia ci impone di ideare modelli sostenibili che portino ad utilizzare soldi e risorse in maniera razionale evitando sprechi e interventi palliativi solo nel breve periodo.
È necessario un cambio del paradigma gestionale che riporti a Orbetello la cabina di regia, tutelando al tempo stesso un ente piccolo che vive quotidianamente un bene che tuttavia è in realtà un patrimonio sia regionale che nazionale.

L’itticoltura
Sempre in relazione alle conseguenze di questo periodo storico, gli alti costi energetici e dei carburanti stanno impattando anche su un altro settore non meno importante, l’itticoltura.
Ormai più di 40 anni fa qualche pioniere cominciò a far riprodurre i pesci dentro tine di plastica. Da allora ne sono stati fatti di passi in avanti.
Orbetello è stato il primo centro di studio nel centro Italia ed uno dei primi a livello nazionale.
Con l’impoverimento delle risorse marine naturali, l’allevamento ittico intensivo ricopre sempre più importanza nel mercato del pesce, purtroppo anche in questo caso l’aumento dei costi di produzione e dell’ossigeno liquido necessario nei periodi più caldi rendono questa attività sempre meno redditizia. Inoltre la concorrenza estera che comunque mantiene costi minori ha portato gli impianti più piccoli ad essere assolutamente fuori mercato.
Vasche sempre più grandi o profonde per aumentare la produzione, il pompaggio dell’acqua dal sottosuolo con problemi sulle falde sotterranee, malattie che ciclicamente hanno impatti più o meno pesanti, l’uso di mangimi medicati sono solo alcuni dei fattori che rendono l’allevamento intensivo ittico come del resto anche gli altri tipi di allevamento, un attività non proprio ad impatto zero.
Forse spostare lo sguardo – come del resto si sta già facendo da qualche anno – verso il mare sarebbe necessario, anche se lì le problematiche sono altre. Se fossimo noi a dover decidere punteremmo proprio sulla ricerca, sfrutteremmo la tecnologia per trovare nuove razze di pesci da tentare di far crescere in cattività o da liberare in aree circoscritte come potrebbe essere la nostra laguna.
Forse un laboratorio di ricerca, anche di livello europeo con collaborazioni universitarie porterebbe le risposte che ad oggi ancora latitano, anche in termini occupazionali.
Abbiamo capacità, conoscenze, voglia e possibilità, dobbiamo proiettarci verso il futuro e soprattutto fare in modo che siano le amministrazioni a qualsiasi livello ad aiutarci a farlo.
Come e dove dirottare le risorse, che per forza di cose probabilmente saranno sempre meno, sarà la vera scommessa che dobbiamo assolutamente vincere.
Il rispetto ambientale, una sensibilità verso il risparmio energetico dovrebbero diventare materie scolastiche.
Stiamo vivendo e sprecando al di sopra della soglia di sostenibilità, insegnare ai giovani ad ottimizzare le risorse a disposizione consentirà a tutti di vivere in un mondo più sostenibile, ed ognuno dovrà fare la propria parte. Orbetello non è esentato e dovrà rispondere presente.
Di Andrea Monticelli e Luca Campidonico

Social Media